Il futuro della Basilicata negli occhi di un cassintegrato: “E’ questa la società che vogliamo?”.
MATERA – Visti i tempi, la domanda potrebbe anche essere intesa come l’ennesimo slogan elettorale. Ma non lo è.
Perché a porsela è Eustachio Festa, ex-lavoratore del mobile imbottito, di mezza età, coniugato e con famiglia sulle spalle, messo a dura prova mentalmente, ancor prima che economicamente, da una mobilità che tra l’altro finirà presto, e con tanta voglia di lavorare, onestamente e con dignità, come sempre ha fatto per oltre due decenni.
“Lavoro non ce n’è”, potrebbe dire qualcuno mettendo subito le mani avanti, ma è lo stesso Festa, in una lettera che ha consegnato alla nostra redazione, a sostenere il contrario, sempre riferendosi al salotto.
“Il lavoro – scrive – è ormai un privilegio riservato solo alla manodopera cinese, col consenso di datori di lavoro e autorità locali e tra l’apatia e la rassegnazione dei mobilitati, nonostante la vita decorosa di un tempo abbia lasciato spazio all’indigenza, cui spesso si fa fronte con l’aiuto di familiari”.
Una società povera e in miseria, insomma, “per colpa di gente senza scrupoli che per propri interessi ha preferito espellere dai cicli produttivi migliaia di materani, per lucrare sugli extracomunitari attraverso un sistema legalizzato di sfruttamento del lavoro che ha finito con l’abbattere il costo del lavoro a 10 centesimi al minuto, ai limiti della sopravvivenza”. Lucida e amara la denuncia di Festa che ne ha per tutti, dagli “ex-datori di lavoro delle più note aziende materane del salotto, che commercializzano il loro prodotto traendone i dovuti profitti”, fino ai titolari dei conti lavorazione che, ispirandosi ai grandi, “si avvalgono del lavoro di manodopera specializzata del posto ma alle stesse condizioni e anche a nero”. Poi ce n’è anche per i sindacati, “che sanno ma non agiscono”; per le autorità e le forze dell’ordine preposte ai controlli, “che avvengono in maniera superficiale”, e per i politici, “che non attivano strategie per incoraggiare il lavoro onesto e legale” e “che in alcuni casi sono anche coinvolti nel settore a livello imprenditoriale”.
Ma la colpa è anche dei lavoratori licenziati, aggiunge Eustachio Festa, “che rimangono ancora a guardare questo scempio, senza mai aver difeso il proprio posto”.
La soluzione però c’è e Festa la suggerisce anche, nel suo piccolo: “rialzare la testa e reagire insieme, lavoratori e istituzioni locali, perché il lavoro nel salotto ancora c’è e si può essere competitivi anche senza maestranze straniere ma collaborando tutti per un unico fine: il lavoro”.

