Taranto, inferno del caporalato: in manette due imprenditori

Una tragedia. La notte tra il 25 e il 26 maggio di due anni fa. Ma la morte di Rajwinder, dicono oggi gli inquirenti, non è stato un incidente isolato. È la punta di un iceberg. L’indagine della Procura di Taranto ha documentato un meccanismo scientifico di sfruttamento della manodopera straniera, principalmente della comunità Punjab. Un sistema capace di generare un risparmio illecito sulla pelle dei lavoratori superiore ai 300mila euro.

I turni erano massacranti: fino a 13 ore consecutive, senza ferie né riposi. E la beffa della busta paga: una parte dei soldi tracciabili veniva restituita forzatamente ai datori di lavoro, il resto pagato in contanti. Ma il vero muro contro le denunce era il ricatto esistenziale. I braccianti vivevano dentro l’azienda, in alloggi insalubri e pieni di muffa, ricavati vicino alle stalle. Dipendenti in tutto e per tutto: per il vitto, per l’alloggio, persino per gli spostamenti. Una condizione di totale vulnerabilità e isolamento che azzerava ogni possibilità di ribellarsi.