Trasportava l’amianto della Fibronit di Bari, muore di mesotelioma: la vedova vince la battaglia contro l’INAIL

Sedici anni e sette mesi a contatto quotidiano con la fibra killer. Respirando, giorno dopo giorno, polvere di amianto mentre guidava i camion della Fibronit di Bari, prima, e della cementifera Sami, poi.
Una condanna a morte invisibile che nel 2018 si è presa la vita di un operaio barese, stroncato da un devastante tumore.
Oggi, dopo dieci anni di porte sbarrate e aule di giustizia, la battaglia legale si chiude con una vittoria definitiva. Il Tribunale di Potenza ha firmato una sentenza storica che riconosce formalmente l’esposizione professionale del lavoratore e condanna l’Inail. L’istituto previdenziale aveva respinto per due volte la domanda di risarcimento, giudicando la documentazione insufficiente. Prima all’operaio ancora in vita, nel duemilasedici, poi alla moglie dopo la sua scomparsa.
Ma la vedova, che oggi vive nel potentino, non si è arresa. Ha trasformato il dolore in una questione di dignità e memoria. Assistita dall’Osservatorio Nazionale Amianto, ha preteso che la verità venisse scritta nero su bianco.
I giudici le hanno dato pienamente ragione: all’ente spetta ora l’obbligo di versare 150 mila euro di arretrati e una rendita mensile da superstite di circa millecinquecento euro, integrata dal Fondo vittime amianto
Una vittoria che per l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’ONA, evidenzia però un cortocircuito inaccettabile nei tempi della burocrazia di Stato.
Resta il risarcimento, resta lo scudo della legge, ma resta soprattutto l’amaro in bocca per un verdetto che il lavoratore non ha potuto ascoltare.
Una sentenza che restituisce un diritto alla moglie, ma che ricorda all’Italia intera quanto sia ancora lungo e tortuoso il cammino per le vittime del lavoro.