Ilva, Calenda insiste: “Il 20 dicembre tavolo al Ministero solo se viene ritirato il ricorso”

Ma da Comune di Taranto e Regione per adesso nessuna apertura

Taranto, sulla questione Ilva per adesso non si vedono spiragli di soluzione. Il ministro Calenda convoca per il 20 dicembre il tavolo istituzionale al Ministero ma solo se Comune e Regione ritireranno il ricorso contro il piano ambientale. Da Melucci ed Emiliano, che auspica un cambio di ministro, per adesso solo un secco no.

Il ponte dell’Immacolata, si dice, porta consiglio e permette di riflettere meglio sulle proprie azioni e intenzioni. A Taranto, c’è poco da dubitare, lo sperano in molti dopo le scaramucce istituzionali degli ultimi giorni che hanno visto contrapposti da una parte il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda e dall’altra il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci e il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano. Esaurito lo scontro “epico” tra Sparta e le Termopili, la mossa a sorpresa del ministro che martedì aveva improvvisato un blitz in Comune a Taranto sembrava aver sbloccato l’impasse, ma lo stop agli entusiasmi imposto dall’entrata a gamba tesa di Emiliano di poche ore dopo ha rimesso tutto in discussione. E il braccio di ferro sembra per adesso non avere soluzione: Calenda ha sì convocato per il 20 dicembre tutti al Ministero per inaugurare il tanto sospirato tavolo sull’Ilva di Taranto aperto a tutte le istituzioni come chiesto da mesi da Regione e Comune di Taranto, ma lo ha subordinato al ritiro del ricorso al Tar avanzato dai due enti contro il decreto ambientale del Governo che di fatto autorizza l’azienda a prorogare i termini della bonifica fino al 2023. “Non si può discutere di una questione a un tavolo di confronto e contemporaneamente in tribunale”, ha ribadito Calenda anche nelle scorse ore. Ma Emiliano non sembra voler fare passi indietro, anzi: l’ultima provocazione prevede anche la proposta di “cambiare” il ministro da lui ritenuto inadeguato a gestire la trattativa. Nel frattempo le associazioni ambientaliste di Taranto propongono un esposto sostenuto da 1500 firme proprio contro il decreto ambientale, mentre i sindacati spingono per il ritiro del ricorso perché preoccupati dal fatto che l’investitore se ne vada sbattendo la porta di fronte a tanto caos. Insomma, una morsa mortale in mezzo alla quale restano migliaia di lavoratori e la sorte non solo di Taranto ma di un bel pezzo dell’economia del Sud. E per trovare una soluzione servirà qualcosa di più di una letterina di buone intenzioni a Babbo Natale.