Il Governo passa la prova del Senato con una maggioranza risicata

Il Senato ha votato ieri la fiducia a Conte con 156 voti, una maggioranza stretta che permette di andare avanti ma impone passi successivi. Ed è una strada tutta in salita. 

I 156 voti favorevoli accordano la fiducia, senza la maggioranza assoluta in Senato. 140 i no, 16 gli astenuti. Numeri risicati che consentono a Conte per il momento, di guardare avanti.

Il verdetto arriva tra le polemiche a fine giornata, dopo gli interventi di Giuseppe Conte e del dibattito con le dichiarazioni di voto. Il presidente Casellati blocca il voto: l’ex 5Stelle pugliese Ciampolillo e il socialista Nencini arrivano sul filo e riescono a votare, a sostegno del governo, solo in extremis tra le proteste della Lega e FdI, che annunciano si appelleranno al Colle.

Italia Viva conferma l’astensione, in segno di “disponibilità”, seppure a tempo, a discutere ancora con la maggioranza.
Va in scena anche un duello con l’ormai rivale Renzi che lo accusa di “non essere salito al Quirinale per paura” e di chiudersi in “un arrocco dannoso”.

Come il centrodestra, parla di “mercato indecoroso di poltrone” e con un tono apocalittico torna a ripetere la necessità di un cambio di passo, dalla scuola all’economia, “o i nostri figli ci malediranno”, dice.

Conte riprende la parola e si difende: rivendica il dialogo e ribadisce come la responsabilità della rottura sia tutta sulle spalle di Italia Viva, “difficile governare con chi mina equilibri”.

Con il voto a tarda sera si chiude la maratona parlamentare e si apre però la difficile composizione della crisi. Da segnalare il voto favorevole di due senatori azzurri, Maria Rosaria Rossi, che era fra le fedelissime di Berlusconi, e Andrea Causin. Finiranno entrambi per essere espulsi dal partito.

E ora sarà il momento delle scelte: c’è il ministero dell’Agricoltura da affidare, la delega dei servizi da esercitare e, soprattutto, l’azione del governo da rilanciare con un nuovo patto di legislatura, a partire dal Recovery plan, cercando di allargare la maggioranza a quel drappello di responsabili o ‘volenterosi’, come li ha definiti il presidente del Consiglio, in grado di traghettare in acque più sicure l’esecutivo.