Bari. Dottoressa violentata in guardia medica: il pm impugna la scarcerazione del presunto aggressore

Il reato di stalking contestato al 51enne Maurizio Zecca, accusato di aver perseguitato e violentato una dottoressa in servizio come guardia medica, “risulta evidentemente costituito da una serie numerosa di condotte integranti, singolarmente, reati perseguibili di ufficio”.

Per questo, come già anticipato ieri, la Procura di Bari ritiene ‘doveroso’ impugnare il provvedimento del Tribunale per il Riesame che ha disposto la scarcerazione con gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per l’indagato ritenendo che il reato di violenza sessuale, procedibile a querela di parte, sia stato denunciato dalla vittima oltre il termine di sei mesi previsto per legge. La Procura, ricostruendo in una nota la vicenda e spiegando le singole condotte persecutorie, insiste nel ritenere che la contestazione di stalking comprenda altri reati procedibili d’ufficio, “quali il delitto di minacce gravi, di violenza privata, violazione di domicilio aggravata, molestie alle persone, procurato allarme”.

Questi reati “proprio a causa della loro reiterazione attraverso molestie e minacce e degli effetti sulla vittima (perdurante stato di ansia e di paura, timore per la propria incolumità e per quella dei prossimi congiunti, alterazione delle proprie abitudini di vita, con mutamento di ben tre sedi lavorative) – si legge nella nota della Procura – hanno dato luogo alla contestazione del più grave delitto di cui all’art. 612 bis c.p. (atti persecutori), nella cui formulazione, inoltre, tra i vari episodi, è stato descritto anche il delitto di violenza sessuale posto in essere ai danni della persona offesa anche perché, in occasione delle innumerevoli telefonate effettuate all’utenza della Guardia Medica, l’indagato riproduceva, in più occasioni, dei gemiti riconducibili ad un rapporto sessuale ed audio di natura pornografica”. La Procura, quindi, ritiene che “la violenza sessuale ha trovato origine e consumazione proprio a causa del procrastinarsi delle condotte persecutorie poste in essere” dall’indagato e che vi sia connessione “sostanziale” e “probatoria” tra i fatti.

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