Omicidio Claps. Motivazioni sentenza a donne delle pulizie, il giudice: “vicenda travagliata e contraddittoria”

Per il giudice: “vicenda travagliata e contraddittoria”

La vicenda di Elisa Claps – la studentessa uccisa nel 1993, il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza il 17 marzo 2010 – è “caratterizzata da un percorso a dir poco travagliato e contraddittorio”, con un solo dato certo, ovvero che “ci sono voluti 17 anni per ritrovare i resti del suo giovane corpo proprio lì dove era stata vista l’ultima volta prima della sua scomparsa”.

POTENZA - Chiesa Santissima TrinitaE’ una delle frasi inserite nelle motivazioni della sentenza con cui due donne, Margherita Santarsiero e la figlia Annalisa Lovito (che si occupavano delle pulizie nella chiesa), sono state condannate a otto mesi di reclusione (pena sospesa) per false dichiarazioni al pm. Per l’omicidio di Elisa Claps, è stato condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione Danilo Restivo.

Il processo, il cui dispositivo è stato emesso il 14 settembre 2015, si è concentrato sulle dichiarazioni delle due donne che, al momento del ritrovamento del corpo di Elisa Claps, avevano spiegato di non essere mai salite prima in quel sottotetto e, secondo il giudice, questo – almeno per una delle due donne – è falso.

Altro passaggio fondamentale delle udienze era quello di capire se, prima del 17 marzo 2010, quel corpo fosse già stato visto. Per i giudici è in ogni caso “accertato” che il cadavere di Elisa fu ritrovato tra gennaio e febbraio 2010.

Furono, almeno ufficialmente, alcuni operai – impegnati in lavori di ristrutturazione della chiesa – il 17 marzo a scoprire il corpo e a comunicarne la scoperta al viceparroco, don Wagno Oliveria che, secondo il giudice, ha avuto un “comportamento a dir poco anomalo” quando ha appreso “una notizia così raggelante con apparente indifferenza”: questo comportamento, è scritto nelle motivazioni, “trova una logica spiegazione nella precedente conoscenza da parte di don Wagno dei resti di Elisa nel sottotetto”.

Il servizio di Nico Basile

Il viceparroco aveva spiegato durante il processo che, tra gennaio e febbraio del 2010, una delle due donne gli aveva comunicato il ritrovamento dei resti (in particolare un “cranio”), rispondendo loro di avvertire don Ambroise, parroco della Trinità. Tutte le affermazioni di don Wagno, secondo i giudici, hanno “imprecisioni prive di significatività”, poiché si tratta “di una vicenda delicata e con un contesto altamente emotivo”, ma restano comunque “pienamente attendibili”.

Don Wagno, di origine brasiliana, successivamente parlò con l’allora vescovo di Potenza, mons. Agostino Superbo, il quale in un primo momento capì che si trattava di un “cranio ucraino”, non comprendendo in pieno le parole del sacerdote: intuita poi la gravità della vicenda, lo invitò ad andare dalla Polizia: per i giudici, quanto riferito dal vescovo, “all’apparenza equivoco e inverosimile”, è “apparso plausibile”.

E ciò è suffragato dal fatto che monsignor Superbo ha segnalato il fatto alle forze dell’ordine. (ANSA)