Mafia, Regione Puglia e Comune di Altamura parti civili nel processo al clan D’Abramo-Sforza

Il processo di primo grado è cominciato nell’aula bunker di Bitonto, con rito abbreviato. Sono imputati 46 presunti affiliati al clan.

Regione Puglia e Comune di Altamura si sono costituiti parti civili nel processo che vede imputati 46 presunti affiliati al clan mafioso D’Abramo Sforza. Il processo di primo grado è cominciato nell’aula bunker di Bitonto, con rito abbreviato. Agli imputati, arrestati dai carabinieri nel novembre del 2019 e tuttora detenuti, sono contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsioni a imprenditori e turbativa d’asta. Una scelta doverosa, quella di costituire l’amministrazione comunale parte civile, così come dichiarato in una nota dalla sindaca di Altamura, Rosa Melodia, “a difesa dell’immagine della città e del buon nome di una comunità di donne e uomini onesti ed operosi”, scrive la prima cittadina. “Il Comune di Altamura – aggiunge – si espone pubblicamente per far prevalere la legalità ed il senso di giustizia”. L’inchiesta, coordinata dal pm della Direzione distrettuale antimafia di Bari Marco D’Agostino, ha documentato, grazie anche alle dichiarazioni di sette pentiti, quasi un decennio di mafia altamurana. Da veri e propri summit durante i matrimoni dei sodali, ai riti di affiliazione. E ancora tentati omicidi ai danni di boss rivali, il coinvolgimento del gruppo criminale nelle aste giudiziarie per l’acquisizione di immobili. E poi il rapporto con il clan Parisi di Bari, ritenuto il loro principale rifornitore di droga. Tra i fatti documentati, anche un lupara bianca, l’omicidio di Angelo Popolizio, scomparso il 7 agosto 2014 e il cui cadavere non è mai stato ritrovato. A rispondere di questa accusa è il capo clan Michele D’Abramo, la cui posizione è stata stralciata ed è attualmente a processo dinanzi alla Corte di Assise di Bari. Tra i fatti contestati al boss anche l’istigazione al suicidio. Secondo l’accusa, D’Abramo avrebbe minacciato e costretto un imprenditore a tagliarsi le vene, per punirlo della sua relazione con l’amante del boss.