Inchiesta petrolio. Chiuse le indagini sui filoni ambientale e corruttivo

Chiusa l’inchiesta petrolio: 70 gli indagati, “esce” De Filippo e il Riesame conferma la fondatezza delle accuse ad Eni che invece continua a difendere il proprio operato.

A Potenza è stato messo un primo tassello sul quadro composito della inchiesta sul Petrolio in Basilicata, che vede sul banco degli imputati un vero e proprio sistema: dalla politica locale e nazionale con le responsabilità che dovranno essere accertate dei vari soggetti toccati dalle indagini a partire dalle istituzioni e dagli enti locali deputati al controllo, per finire alle compagnie e al tessuto imprenditoriale che intorno si è sviluppato.

Poi ci sarà il tempo, a quanto pare, per le responsabilità politiche che con l’eccezione dell’unica testa caduta, quella dell’ex ministro Mise Federica Guidi, pare intenzionata a rimandare assunzioni di responsabilità in tal senso.

Vero è che non compare nella lungo elenco degli indagati (60 persone e dieci società tra le quali ENI) il nome del sottosegretario alla Salute e già presidente della Regione, Vito De Filippo del Pd ma un “avviso” è stato notificato invece a Vincenzo Robortella, giovane consigliere regionale, sempre del Pd che siede in consiglio dal novembre del 2013 seguendo le orme di suo padre Pasquale (anch’egli del Pd e indagato per concorso in truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche).

La conclusione delle indagini preliminari riguarda “solo” i due filoni lucani dell’inchiesta ovvero i reati di natura ambientale e alcuni episodi di corruzione.

Ieri il Tribunale del Riesame di Potenza ha confermato ancora una volta i sequestri degli impianti dell’Eni in Val d’Agri formalizzando la fondatezza delle accuse mentre la compagnia continua a ripetere che al centro oli di Viggiano si opera correttamente nel rispetto delle “best practice internazionali”.

SI giudizi di Potenza però non sono teneri neanche sull’agenzia della Regione, l’Arpab i cui controlli sono definiti ”approssimativi e carenti” anzi il Riesame definisce l’attività “letteralmente fraudolenta” basata anche sulla “totale sudditanza nei confronti di Eni” da parte dei laboratori che analizzavano le acque.

Il 31 marzo scorso, a Viggiano sono stati posti i sigilli a due vasche, mentre a Montemurro (Potenza) è stato sequestrato il pozzo di reiniezione “Costa Molina 2”.

La produzione di petrolio (75 mila barili al giorno) resta dunque ancora ferma perchè la perizia presentata dai pm giudicata dal Tribunale del Riesame “di chiarezza adamantina” dice l’Eni reiniettava nel sottosuolo non solo l’acqua venuta in superficie con il petrolio estratto in Val d’Agri ma anche “altri reflui provenienti da distinti processi di produzione effettuati all’interno del Centro oli” (così risparmiando notevoli cifre).