Cia Puglia, mais e mangimi alle stelle: rischio chiusura per 9mila allevamenti pugliesi

“I costi sono diventati una follia, è in atto una speculazione feroce, in tre giorni il prezzo del mais che occorre agli allevamenti per nutrire il bestiame è passato da 35 a 60 euro. A queste condizioni, le stalle dovranno chiudere e il bestiame portato al macello prima che deperisca per mancanza di nutrimento”.
A denunciarlo e’ Angelo Miano, allevatore di Lucera, in provincia di Foggia, e associato CIA Agricoltori della Puglia. Miano espone “un caso esemplare e drammatico di ciò che sta accadendo in tutta la regione – recita una nota Cia Puglia -. Prima che scoppiasse la guerra, la situazione era già difficilissima, adesso sta raggiungendo un punto di non ritorno”.
Gli allevatori di Bari, Taranto, Lecce, Brindisi, Foggia, come quelli della BAT, si trovano in una condizione di drammatica difficoltà, posti di fronte al dilemma se chiudere o indebitarsi fino al collo per sostenere gli allevamenti. I danni sarebbero incalcolabili, con effetti irreversibili nella maggior parte dei casi.
Il farinaccio, altro prodotto utilizzato dagli allevatori, è salito da 12 a 30 euro in pochi giorni. Stessa cosa per i mix di mangimi all’interno dei quali sono utilizzati, ad esempio, il favino e il pisello proteico. L’aumento dei costi per questi prodotti così come quello degli integratori alimentari per il bestiame – si legge ancora nel comunicato Cia – sta registrando incrementi che arrivano anche al 100%”. A rischio collasso c’e’ l’ntero comparto zootecnico, composto da 9mila allevamenti. Un campenello d’allarme al quale fa da eco la Coldiretti regionale. “La guerra in Ucraina taglia fino al 10% le razioni di cibo a mucche, maiali e polli negli allevamenti pugliesi che si trovano a fronteggiare la peggiore crisi alimentare per gli animali dalla fine del secondo conflitto mondiale a causa dell’esplosione dei costi dei mangimi e del blocco alle esportazioni di mais dall’Ucraina e anche dall’Ungheria”, si legge nella nota diffusa. A peggiorare il quadro, a Foggia, c’è anche quella che alcuni definiscono come “la guerra del grano”. I produttori infatti hanno chiesto un aumento del prezzo del grano duro “per poter rientrare almeno in parte – precisa Cia Puglia – dal vertiginoso aumento dei concimi”. L’aumento concordato con la parte industriale e’ stato invece solo di un terzo rispetto a quello richiesto. “In questo modo”, ha dichiarato Silvana Roberto, vicepresidente CIA Capitanata e membro della Commissione Unica Nazionale sul grano, “gli investimenti resteranno bloccati e i produttori di grano non riusciranno a rientrare almeno in parte dall’aumento folle di tutti i costi di produzione”.