Coronovirus, allarme Unioncamere per il 2021:”In Puglia chiuderanno 20mila imprese”

L’andamento negativo, in base alle previsioni di Unioncamere, avrà un picco fra il 2022 e prima metà del 2023; poi si assisterà a un miglioramento dei parametri, per tornare ai numeri attuali nel 2025

 

Un dato allarmante che evidenzia un futuro tutt’altro che roseo. Alla fine del 2021 in Puglia si registreranno 20mila imprese in meno, con una perdita di 69mila posti di lavoro. E’ quanto emerge da «Sismografo», lo studio di Unioncamere Puglia sull’impatto del Coronavirus sull’economia regionale.

 

Secondo l’indagine, lo stock di imprese al 31 dicembre 2021 scenderà a 359mila, contro le attuali 379mila. L’andamento negativo, in base alle previsioni di Unioncamere, avrà un picco fra il 2022 e prima metà del 2023; poi si assisterà a un miglioramento dei parametri, per tornare ai numeri attuali nel 2025. Si registreranno differenze significative fra i settori: forti sofferenze per le attività edili, minerarie, commercio all’ingrosso e al dettaglio, e turismo (servizi di alloggio e ristorazione, agenzie viaggi). All’interno del comparto manifatturiero, si avrà un notevole influsso negativo su meccanica, mobili e moda.

 

Le attività che registreranno un minor impatto saranno probabilmente chimica, elettronica, farmaceutica e, con qualche problema in più agricoltura, pesca e servizi di informazione e comunicazione.

 

All’avvento del terremoto Covid-19 – sottolinea Luigi Triggiani, segretario generale di Unioncamere Puglia – la nostra regione cresceva lentamente ma continuamente, mostrando segnali di ripresa praticamente in tutti i comparti produttivi dopo la crisi 2007-2013. Non solo turismo e agroalimentare, anche comparti considerati maturi come quelli del mobile imbottito, del tessile-calzaturiero e delle costruzioni, che avevano patito più di altri l’influenza della globalizzazione, sembravano garantire occupazione e facevano intravedere la luce in fondo al tunnel. Questo terremoto è arrivato forse nel momento peggiore“.

 

Unioncamere chiarisce che “ogni valutazione relativa alle conseguenze del COVID 19 sull’economia del territorio non può al momento avere un reale riscontro, si parla infatti di previsioni”. “Tra i parametri determinanti che sfuggono ad una quantificazione“- cita lo studio – c’è la leva-tempo che, tra tutte le variabili, è di gran lunga la primaria, dato che un mese di stop in più equivale più o meno a un dodicesimo di Pil regionale in meno. Segue la consistenza, la facilità di fruizione e la rapidità delle misure dell’Ue e del Governo per immettere liquidità nel sistema, dato che il maggior problema immediato sarà quello di fare cassa“.