Frana a Pomarico, la lettera aperta di una giovane studentessa

Caro/a cittadina/o, lettore

Cari amministratori, parlamentari ed esponenti politici
Mi chiamo Margherita, sono una studentessa e ho 23 anni.
Forse non conoscete questa storia, o forse sì.

Inizia in Italia, inizia “giù”, in un pezzo di Sud dimenticato ormai: la Basilicata, terra del pane,
la terra di Matera Capitale della Cultura 2019.
Proprio mentre Matera si vestiva da capitale, a pochi km di distanza, un paesino crollava a
pezzi: Pomarico.

Una frana ha devastato il centro storico, 56 persone hanno dovuto abbandonare la propria
casa, la propria quotidianità, i propri ricordi lì, in Corso Vittorio Emanuele.
Tra quelle 56 persone, ci sono anch’io con tutta la mia famiglia.

Una grande famiglia di 7 persone.

Non sei più una cittadina, adesso sei una “sfollata”: é cambiata la tua identità, senza
neanche accorgertene.
Di quei giorni ricordo tutto: la paura negli occhi di tutti noi, la sofferenza di chi ha faticato
tutta la vita per costruire quello che ha, la velocità con cui dovevi scegliere quelle poche
cose da impacchettare e portare via perché per chissà quanto tempo non avresti visto casa,
l’insicurezza e il sentirsi a pezzi.

Tra le macerie di sofferenza però, c’era già chi era pronto a fare la sua passeggiata
elettorale. Mr Solidarietà agli Italiani e solo agli Italiani.
Non è stato l’unico a far la passeggiata: per carità, occasioni del genere non si lasciano
sfuggire, sono l’ideale per promesse e proclami.

Oggi, ad un anno e più da quel disastro, mi chiedo: vi siete dimenticati di noi?
Siamo ancora in stato di emergenza qui, sono ancora una sfollata io, ma perché da cittadina
io mi sento abbandonata?
Perché in un intero anno nessuno ha mai pensato di dover dare un sostegno psicologico a
tutti noi?
Perché non fare un incontro mensile con amministratori, enti vari e responsabili in cui avere
informazioni precise e puntuali su come (e se) procedono le cose?
Perché guardando a quel disastro avete visto tessere elettorali e null’altro?

 

Sapete, per noi è difficile dimenticare, far finta di nulla.
Ogni giorno ti svegli in un letto che non è il tuo, fai colazione senza poter ammirare lo
splendido paesaggio che vedevi dalla tua finestra.
Ogni giorno cercare quello che ti serve in una casa che non è la tua è una sfida emotiva: sei
sempre ospite.

Sono ancora qui, sono viva e con me tutta la mia famiglia.
E sono grata per questo, ogni giorno.
Ma non posso smettere di pensare che la nostra era una tragedia annunciata.

 

Non posso smettere di pensare che siamo stati (e forse saremo ancora) materiale da
campagna elettorale.
Non posso smettere di pensare che il vero problema di un Paese che crolla a pezzi sia la
totale mancanza di progettazione urbanistica e tutto ciò che ne deriva.
Non posso smettere di pensare a quanto si stia perdendo di vista, nel dibattito politico, la vita
delle persone.
Potrebbe essere demodè pensarlo, ma credo che la politica sia uno strumento a servizio dei
cittadini, per tanto si dovrebbe preoccupare della loro vita in toto, con passione e dedizione
vera.

Non basta timbrare “emergenza nazionale” su qualche scartoffia, Noi siamo ancora qui,
abbiamo lasciato un pezzo di cuore in quella casa.
Queste parole non vogliono essere una critica a ciò che è stato fatto; ma un invito, una
provocazione a fare di più, a fare meglio ricordando di avere a che fare con persone in carne
ed ossa, prima di numeri, burocrazia e programmi elettorali. L’intento di questa lettera è
smuovere coscienze locali, regionali, nazionali nel considerare alle persone in quanto esseri
umani, dare voce a chi in questa triste storia è stato coinvolto (direttamente o indirettamente).

Racconto tutto questo perché penso sia necessario essere consapevoli della miriade di
problemi che il nostro Paese, la nostra Italia ha. Racconto tutto questo perché è un mio
dovere civico e sociale.
Racconto affinché nulla di questa storia finisca nel dimenticatoio, perché nulla si concluda
con risposte preconfezionate.

È stato difficile parlarne, raccontare quei giorni strazianti: ma penso fermamente che la
conoscenza renda liberi e che “il sonno della ragione genera mostri”.

Con questa consapevolezza, spero che possiate aiutarmi nel far conoscere a tutti ciò che è
successo il 29 Gennaio 2019, a Pomarico e far sì che qualcosa possa iniziare a cambiare.
Mi auguro che questa non diventi una delle tante pagine tristi del Sud, ma una storia di
rinascita, di come da un evento catastrofico, una comunità intera, insieme al suo centro
storico sia rinata.

Non importa quanto lunga sia la strada, l’importante è iniziare a camminare.

Grazie a te lettore per aver letto queste poche e storte righe
Grazie a chiunque vorrà camminare con Noi.
Grazie
Con immensa stima, Margherita.