Papa Francesco a Molfetta per la seconda tappa sui luoghi di Don Tonino Bello, diretta TRM Network

Papa Francesco a Molfetta, la città di cui don Tonino Bello, pastore degli ultimi e grande apostolo della pace e del disarmo, fu per 11 anni vescovo, dall’ottobre 1982 al 20 aprile 1993, giorno della morte per un tumore allo stomaco.

L’elicottero con a bordo il Pontefice, proveniente da Alessano, è atterrato nel piazzale di Cala Sant’Andrea adiacente il Duomo di Molfetta, ad accogliere il pastore il vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, mons. Domenico Cornacchia, e il sindaco Tommaso Minervini.

In auto, il Papa si è recato al Porto dove ha salutato i fedeli attraversando le banchine quindi ha raggiunto il palco per celebrare la messa insieme con 30 vescovi.

Successivamente il Pontefice con la papamobile percorrerà prima sul lungomare e poi alcune strade della città, fino alla Cattedrale, per poi raggiungere di nuovo il piazzale del Duomo da dove ripartirà in elicottero.

Dalle prime ore del mattino la città è invasa da fedeli – se ne stimano almeno 40.000 – che attendono nei settori dedicati attorno al palco e lungo il tragitto della papamobile.

Dai balconi e dalle finestre sono esposti palloncini e fiori bianchi e gialli e striscioni di benvenuto a “Francesco, con don Tonino nel cuore”. Oltre che da una massiccia presenza di forze dell’ordine, la sicurezza e l’assistenza ai partecipanti all’evento è garantita da almeno 200 volontari. La messa è accompagnata dalle note del coro e dell’orchestra diocesani, composta da circa 120 elementi e diretti da Lucia De Bari.

I simboli più amati di don Tonino, un albero di ulivo, la croce in legno e il pastorale sempre di ulivo del vescovo di Molfetta, accompagnano la messa a ridosso del porto della città dove don Bello visse da vescovo. Il legno di ulivo rappresentava per “il vescovo degli ultimi” la semplicità, la vicinanza alla terra, è il simbolo del pastore. 

Sul palco che si affaccia sul mare, a sinistra dell’altare c’è l’albero, al centro la riproduzione del crocefisso che don Tonino indossava, e a destra una statua della Madonna dei Martiri che è abitualmente custodita nella omonima Basilica di Molfetta. Ma il simbolo più importante è quello che il Papa impugnerà durante la celebrazione su invito del vescovo di Molfetta, mons. Domenico Cornacchia: il pastorale d’ulivo di don Tonino, un bastone che reca in alto un ramoscello scolpito e la croce alata che era il simbolo del vescovo di Molfetta.

“Il messaggio che noi vogliamo cogliere dal 25esimo anniversario della morte del servo di Dio” ha spiegato nei giorni scorsi il vescovo “è proprio questo: la croce non è mai pesante se noi mettiamo delle ali ai suoi piedi, le ali della speranza, della fiducia e della gioia”.

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“Don Tonino ha vissuto così: tra voi è stato un Vescovo-servo, un Pastore fattosi popolo, che davanti al Tabernacolo imparava a farsi mangiare dalla gente” ha detto il Papa nell’omelia della messa a 25 anni dalla morte di don Tonino Bello, che fu vescovo della diocesi pugliese “Sognava una Chiesa affamata di Gesù e intollerante ad ogni mondanità” ha aggiunto “una Chiesa che ‘sa scorgere il corpo di Cristo nei tabernacoli scomodi della miseria, della sofferenza, della solitudine'”.

“Vivere per”, ha detto ancora il Papa, è il “marchio di fabbrica” del cristiano. “Si potrebbe esporre come avviso fuori da ogni chiesa: ‘Dopo la Messa non si vive più per sé stessi, ma per gli altri'”, ha osservato, ribadendo poi ‘a braccio’: “Sarebbe bello che in questa diocesi di don Tonino Bello ci fosse questo avviso alle porte della chiesa perché sia letto da tutti: ‘Dopo la messa non si vive più per sé stessi, ma per gli altri'”. 

“Don Tonino sosteneva che ‘la pace non viene quando uno si prende solo il suo pane e va a mangiarselo per conto suo. (…) La pace è qualche cosa di più: è convivialità’. È ‘mangiare il pane insieme con gli altri, senza separarsi, mettersi a tavola tra persone diverse’, dove ‘l’altro è un volto da scoprire, da contemplare, da accarezzare'” ha proseguito il Papa “Perché i conflitti e tutte le guerre ‘trovano la loro radice nella dissolvenza dei volti’” ha aggiunto “E noi, che condividiamo questo Pane di unità e di pace, siamo chiamati ad amare ogni volto, a ricucire ogni strappo; ad essere, sempre e dovunque, costruttori di pace”.