Inchiesta Petrolio Basilicata. I commenti e le reazioni

Il segretario lucano della CGIL, Angelo Summa. “Il governo regionale decida oggi la transazione energetica di domani. Eni dia delle risposte in termini di investimenti sostenibili, gli unici a garantire occupazione, salute e ambiente”

Le ultime notizie apprese dalla stampa sul tema petrolio in Basilicata ci inducono a fare un’ulteriore riflessione. Oltre alla necessità di ogni tipo di attività di controllo e prevenzione, dalla salute dei cittadini all’impatto ambientale, è il momento che il governo regionale decida – e in fretta – cosa fare della risorsa petrolio in Basilicata, decisione che attiene tanto i cittadini quanto i lavoratori del Centro Oli di Viggiano che di fatto restano imprigionati nella logica del ricatto tra occupazione e salute, lavoratori e professionalità locali che andrebbero formate in un’ottica di previsione del futuro del più grande giacimento petrolifero in Europa.
Sappiamo bene la posizione delle forze politiche al governo regionale sul tema petrolio. Ma non si possono continuare a perpetuare gli errori del passato. È il momento che l’Eni dia delle risposte, non più solo in termini di spiegazioni tecnico scientifiche ogni qual volta esce fuori un problema di ordine ambientale o sanitario legato all’impianto, ma in termini di investimenti tecnologici. Affinché l’Eni dia delle risposte è necessario che qualcuno ponga delle domande. Un compito che spetta alla Regione Basilicata, supportata dalle parti sociali a e in passato ai margini del ragionamento, prive di un confronto.
I fatti che si sono verificati e susseguiti nella Val d’Agri, a partire dallo sversamento, meriterebbero un’assunzione di responsabilità che porti la discussione su un tavolo nazionale. Se nei prossimi anni si vuole continuare a fare attività estrattiva questa può essere fatta solo a due condizioni: l’Eni si impegni subito in un piano di investimenti per uscire dall’attività estrattiva e dall’uso delle fonti fossili tracciando la strada verso la transizione energetica in Basilicata e che faccia un grande investimento tecnologico, dal momento che gli impianti hanno presentato dei limiti sia dal punto delle immissioni che dei serbatoi senza doppi fondi, posizionati sul terreno senza sicurezza. Era necessario allora – e risulta necessario adesso – un confronto costante con i sindacati anche per ciò che attiene questioni specifiche legate all’impianto del Centro Oli di Viggiano.
Abbiamo bisogno, a partire dai sindaci della Val d’Agri e in particolare di Viggiano, di dare centralità alla questione della sicurezza e della tutela del territorio se vogliamo davvero creare sviluppo in quest’area della Basilicata e in tutta la regione.
Queste sono le condizioni minime da assumere se si vuole continuare a svolgere in sicurezza l’attività estrattiva, rafforzando al contempo quella attività di tutela e monitoraggio che è la condizione essenziale per lo svolgimento di qualsiasi attività produttiva. Quello che è accaduto in Val d’Agri nella gestione dell’attività estrattiva non può essere affrontato con l’approccio che ha caratterizzato questi ultimi anni, nell’alternanza di rassicurazioni e allarmismi e sotto il costante ricatto di una economia regionale dipendente da tali risorse, o meglio dalle sue royalties.
Come Cgil Basilicata ribadiamo l’urgenza di aprire un tavolo nazionale con il Governo e le parti sociali, affinché si affronti sia la questione che attiene al presente – e cioè del come si può fare attività estrattiva in sicurezza – ma soprattutto allo scopo di delineare i tempi e le risorse per uscire dal combustibile fossile salvaguardando, naturalmente, i livelli occupazionali. E lo si può fare partendo dall’assumere oggi la questione della transizione energetica secondo le linee tracciate dall’Unione Europea, istituendo un fondo di transizione strutturale che permetta di accompagnare la riconversione e il mantenimento dei posti di lavoro. Un fondo che, oltre ad essere finanziato con risorse dell’Unione Europea e del governo nazionale, sia alimentato con i fondi delle royalties regionali e comunali per un grande investimento pluriennale. Una grande sfida che punta alla sostenibilità e alla capacità di saper cogliere le trasformazioni in atto, tracciandone già da adesso loro traiettoria.

Il commento di tre associazioni ambientaliste lucane: le responsabilità sono solo istituzionali oppure anche politiche? In una nota congiunta le associazioni Mediterraneo No Triv, Medici per l’Ambiente e Mamme libere, scrivono di aver “appreso con rammarico la notizia che molti lucani, semplici cittadini o associazioni e comitati ambientalisti sospettavano da anni, ossia una dispersione di petrolio dal centro Oil di Viggiano e così grave per quantità rilasciata nel suolo e per le modalità in cui è avvenuta, da configurarsi addirittura come disastro ambientale”.

“Spesso in questi anni di solitarie lotte sempre pacifiche” ricordano “ci siamo chiesti se il petrolio inquina più l’ambiente oppure le coscienze, ma da quello che emerge dal lavoro della Procura di Potenza, sembra che la rete di responsabilità sia così ampia da coinvolgere sia la società petrolifera ma anche, e forse soprattutto, quanti avevano il dovere per ruolo e funzione, di proteggere l’ambiente e la salute dei cittadini. Ma in tutto questo le responsabilità sono solo istituzionali oppure anche politiche? Come non ricordare il comunicato stampa di un sindaco della val d’agri che minacciava querela nei confronti di chiunque ipotizzasse il danno ambientale in quella zona? E ora tal signore forse tace ma non tacciono le coscienze dei Lucani onesti che si domandano quale sarà il futuro della propria terra”.

“Dovremmo chiederci dunque” prosegue la nota congiunta “qual è lo stato delle acque del Pertusillo ma anche degli altri invasi come Montecotugno e ad esso collegato da un sistema di traverse. Ricordiamo che il Pertusillo da da bere non solo i Lucani ma anche, e soprattutto, ai pugliesi”.

Non è passato molto tempo da quando i Lucani hanno compreso cosa significa ‘emergenza acqua’. E’ la storia delle soglie dei trialometani oltre i limiti di legge e purtroppo in quel caso, e come in molti altri accadimenti, abbiamo chiesto analisi indipendenti, approfondimenti, studi e veririche ottenendo, però, scherno, sottovalutazione e irritazione perchè si mettevano in dubbio le competenze e l’imparzialità di quanti sono preposti ai controlli. Oggi la vicenda del Cova di Viggiano insegna o meglio, dovrebbe insegnare a chi non ha orecchi per sentire, che la coscienza presto o tardi chiede un conto anche se a pagarlo non saremo noi ma le prossime generazioni”.

Legambiente Basilicata. Per la val d’Agri e la Basilicata è sempre più necessaria una “exit strategy”
per andare oltre il petrolio. “Chi ha inquinato e chi non ha controllato deve pagare”. In una nota congiunta, la Legambiente nazionale e quella della Basilicata insieme al circolo della Val d’Agri, esprimono la propria soddisfazione per l’applicazione della legge sugli ecoreati rispetto ai fatti gravi accaduti in Val d’Agri, che la stessa associazione ambientalista aveva denunciato con un esposto penale nel 2017 dopo le dichiarazioni di Eni sugli sversamenti di petrolio dal centro oli di Viaggiano. Come è noto, infatti, in seguito a indagini avviate in quell’anno, su disposizione della Procura della Repubblica di Potenza, che ha coordinato le indagini, i Carabinieri del NOE di Potenza hanno arrestato il dirigente dell’Eni spa, all’epoca dei fatti responsabile del C.O.V.A. di Viggiano. Sono indagate altre 13 persone fisiche e una persona giuridica, l’Eni, per i reati di disastro, disastro ambientale, abuso d’ufficio, falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale e altro.
“Siamo particolarmente soddisfatti che la magistratura e le forze dell’ordine si siano avvalse della legge 68/2015 che introduce nel codice penale i delitti di inquinamento, disastro ambientale e omessa bonifica, per fermare questa situazione del tutto inaccettabile in Val d’Agri” dichiara il presidente nazionale di Legambiente Stefano Ciafani. “Per il risanamento dal disastro ambientale contestato dalla Procura chiediamo anche il riconoscimento della responsabilità oggettiva della società Eni”.
Il procedimento penale, nel cui ambito è stata emessa la misura cautelare, riguarda, in qualità di indagati, non solo alcuni dirigenti della compagnia petrolifera, ma, anche, pubblici ufficiali facenti parte del CTR (Comitato Tecnico Regionale) della Basilicata il cui compito era quello di controllare, sotto il profilo della sicurezza e dei rischi ambientali, l’attività estrattiva dell’Eni. Per essi l’accusa particolarmente grave è quella di ‘colpevole inerzia’.
“In vista del rinnovo decennale della concessione Val d’Agri occorre definire immediatamente una strategia d’uscita dal petrolio in Basilicata – aggiunge Antonio Lanorte, presidente di Legambiente Basilicata – una liberazione graduale dall’arroganza delle società petrolifere di cui già si conosce la strada: la riconversione 100% rinnovabile del sistema energetico, con la dismissione graduale dei pozzi attivi e la transizione verso comparti produttivi moderni e sostenibili garantendo e incrementando i livelli occupazionali, la bonifica delle aree contaminate, il rafforzamento e il recupero di credibilità di un sistema di controllo e monitoraggio gestito dalla mano pubblica e un blocco immediato di qualsiasi ampliamento dei progetti di estrazione”.

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