Libri: “Storie di parchi”, quasi una guida per 3 meraviglie

Con “Storie di parchi. Viaggio nell’Appennino lucano, nel Cilento e nel Pollino” (Rubbettino Editore 2017, pagine 163, euro 14), Rocco De Rosa – narratore e saggista lucano – ha scritto quasi una guida turistica per chi volesse affrontare, singolarmente o insieme, tre aree protette che dicono tantissimo del Mezzogiorno d’Italia e ne rappresentano una delle parti migliori.

Va detto che “guida turistica” potrebbe suonare giudizio riduttivo su un’opera che ha le caratteristiche di quel genere solo perché descrive con una certa minuziosità i luoghi che un viaggiatore nei tre parchi incontrerebbe. In realtà, infatti, il libro – accompagnato da un vasto corredo fotografico (e alcune immagini sono davvero belle) – dovrebbe essere letto prima di affrontare il viaggio nei tre parchi, per sapere prima appunto quali ricchezze vi si troveranno. Anche per le testimonianze che De Rosa ha inserito nel volume di persone che hanno avuto e hanno responsabilità nelle scelte fatte nelle tre aree e che aiutano a capire la loro realtà.

Il primo capitolo è dedicato al Parco dell’Appennino lucano, dove sono “erbe a migliaia”: ma è un viaggio non solo nella natura, ma anche nella storia antica (tanto per dire, Grumento Nova e la sua zona archeologica) e recente (l’acquedotto dell’Agri, inaugurato nel 1937) e nel futuro (l’osservatorio astronomico di Anzi).

Si passa poi al Parco del Cilento, “la più grande area protetta italiana”, un “parco meraviglia” (181 mila ettari di territorio e novemila a mare): parliamo, fra l’altro, dell’antica Elea (Velia in epoca romana, oggi Ascea), la terra del filosofo greco Parmenide. Ma il Cilento è anche il parco della dieta mediterranea, “la dieta che non è solo mangiare e bere” – annota De Rosa – parlando di Ancel Benjamin Keys, il fisiologo americano che descrisse quella che dal 2010 è nel patrimonio dell’Unesco.

Infine, il Pollino, “tra i monti più belli del Sud”, che offre “una natura a tratti irriducibile. Indomabile”. Il capitolo si apre con il racconto dell’esperienza di un ufficiale francese che vi giunse in un “burrascoso giorno d’inverno” del 1807: “Ottobre – scrive De Rosa – è il mese più idoneo per salire lungo il sentiero che da Vacquarro porta su alla cima del Pollino, per la stradina stretta e impervia dei pastori, ai Piani di Pollino e, di conseguenza, verso la Grande Porta. Verso Serra delle Ciavole”. Chi si avventura in questa zona potrà cercare di raggiungere la sorgente “Spezzavummola” dove bere “nei giorni del gran caldo dell’estate che non dà tregua ai grandi centri affogati nel traffico, è un privilegio”. Finita la lettura, ecco le foto del Parco del Pollino: non solo il pino loricato, giustamente il simbolo più noto del parco, ma faggi, vette, gole e valli – sia sul versante lucano sia su quello calabro – che tolgono il fiato per la loro bellezza. E finisce così un viaggio in un “patrimonio irrinunciabile”, come De Rosa lo definisce nelle rapidissime conclusioni. (ANSA).

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