Pozzi di reiniezione petroliferi, pericolosi per la stampa internazionale

Schermata 2013-09-02 alle 17.41.37Che il metodo più sicuro per smaltire le acque petrolifere non sia soltanto quello della reniezione nei pozzi pare sia un assunto rendicontato anche sulla stampa internazionale e non da poco tempo. A testimoniarlo è, infatti, per esempio, un articolo apparso, nel 2012, sul portale telematico statunitense Propublica.org, intitolato “Il Veleno sotto di noi” il quale dichiara – senza mezzi termini – come i pozzi petroliferi usati per seppellire nel sottosuolo gli scarti derivanti dall’estrazione dell’oro nero, hanno in molti casi subito delle perdite, facendo affluire sostanze chimiche pericolose e scarti in superficie che occasionalmente si diffondono anche nelle falde acquifere; queste ultime, ricordiamo, (e questo è l’aspetto, forse, più inquietante), custodi di significative quantità d’acqua potabile per le comunità circostanti”. A segnalare l’articolo è la professoressa Albina Colella, ordinario di geologia e sedimentologia, presso l’Università della Basilicata, la stessa docente che insieme all’associazione Ehpa, giorni fa ha segnalato, sul territorio di Montemurro, in provincia di Potenza, inquinamenti sostanziali della falda poco ad est del pozzo di reiniezione “Costa Molina 2”, e che sta portando ancora avanti i suoi studi per stabilire quanta attinenza c’è tra quell’inquinamento e l’insediamento petrolifero poco distante da lì. Il caso inquinamento di Montemurro, in buona sostanza, continua a far discutere e tanti sono i motivi per credere, che ci siano collegamenti con gli insediamenti dediti alla ricerca di idrocarburi fossili: ricordiamo, per esempio, gli allarmi degli allevatori un anno fa, come segnalato da Legambiente; la rottura dell’incamiciatura del pozzo di reiniezione nel 1999; le analisi di Albina Colella, solo una settimana fa, e ora anche il supporto della stampa internazionale. Ma ovviamente prima di sputare sentenze si aspettano i i verdetti ufficiali come quelli che il Dipartimento ambiente della Regione Basilicata ha chiesto ad Arpab, ossia per l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente.

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