Le minacce del petrolio. La D’Orsogna scuote i Lucani

Matera – Il tema sul petrolio lucano con annesse spiegazioni sui rischi legati alla sua attività estrattiva continua a richiamare l’attenzione del pubblico di tutta la Basilicata. Domenica sera, infatti, presso la Mediateca Ribecco di Matera, una platea gremita in ogni ordine di posto ha seguito con grande attenzione le 2 ore piene del convegno intitolato “Petrolio tra miti e falsità” organizzato da Movimento 5 stelle Matera e Organizzazione Lucana Ambientalista. A relazionare sull’argomento è stata Maria Rita D’Orsogna professoressa associata presso l’università di Stato della California e ambasciatrice della Natura 2012. Vinta la battaglia contro la costruzione dei pozzi di Ombrina mare in Abruzzo, sua terra d’origine, la ricercatrice ha subito compreso – ha detto – che “salvare solo un territorio non serve a niente se i pozzi, poi, li fanno anche in altre regioni”; e così, oggi, “sfidando il tempo tiranno” – dice – cerca di fare di tutto per dare il suo contributo di conoscenze ad altri luoghi. “I danni derivanti dall’oro nero – afferma – sono soprattutto legati ai fanghi fluidi perforanti sostanza usata proprio nel primo step della sua ‘catena di montaggio’ ossia: l’attività estrattiva. Questa composizione chimica, che viene tenuta segreta, contiene elementi anche di natura radioattiva che, rilasciati nell’atmosfera, vanno a depositarsi ovunque; un esempio su tutti: la morìa dei pesci nel lago del Pertusillo dove sono stati trovati proprio: batteri, idrocarburi e metalli pesanti”. Il concetto che poi sconcerta, a sentire le parole della D’Orsogna, è quello relativo al fatto che il petrolio lucano, soddisfa solo il 6% del fabbisogno nazionale; in pratica dobbiamo sobbarcarci un mare d’inquinamento pur rimanendo sempre legati ai mercati stranieri. “Un gioco, come si dice, che non vale la candela – continua – se consideriamo anche il fatto che il petrolio della Basilicata, così come tutto quello italiano, è di pessima qualità; in gergo tecnico si definisce: pesante e amaro, quindi, difficile da estrarre, ergo, suscettibile di lavorazioni più inquinanti. L’idrogeno solforato la sostanza che rilascia la lavorazione, in una fase denominata processo Claus, ha una tossicità paragonabile al cianuro la quale, a lungo andare, può provocare dai più banali problemi di respirazione fino ai letali tumori colon rettali, questi ultimi, come sappiamo, in aumento proprio in Basilicata. E’ certificato inoltre dall’Istituto nazionale di vulcanologia e geofisica che proprio il territorio di Viggiano, da quando vi insistono attività estrattive è diventata zona ancora più sismica di quanto già non lo fosse. In tutto ciò, l’Italia è una delle nazioni con i limiti più compiacenti rispetto a queste tematiche; basti pensare che soltanto dal 2010 ha imposto che le perforazioni debbano avvenire almeno a 9 chilometri da riva, mentre la stessa interdizione in California, già dal 1969, è di 160 chilometri. Eppure – prosegue amareggiata la D’Orsogna – qui, il Vostro presidente di Regione De Filippo vuole aumentare la produzione da 104 mila a 200 mila barili al giorno, la chiesa cattolica tace e se davvero vorrete vincere questa battaglia l’unica possibilità che avete è iniziare ad informarvi e ad agire presto”.

   

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