Speciale. Brian Eno al Medimex di Bari

Questa mattina presso l’Arena del Salone dell’innovazione musicale di Bari il fondatore dei Roxy Music, Brian Eno ha presentato l’installazione multimediale Light Paintings, che sarà visitabile fino al 14 novembre al Teatro Margherita.

Brian Eno al Medimex

Brian Eno al Medimex

Light Paintings è un insieme di opere “dipinte con la luce” attraverso un ribaltamento della tradizionale relazione tra spettatore e video.  Salutato da un caloroso applauso Eno racconta la genesi di Light Paintings che affonda le radici in 68 milioni di anni fa, “quando si stava formando la costa dell’Inghilterra, da cui provengo, territorio principalmente pianeggiante adatto agli aeroporti anche delle forze armate, 83 solo nella piccola area da cui provengo io, tendenzialmente americani”.

“E così sono stato ammesso” ha proseguito sul filo dei ricordi “e ho avuto anche la fortuna che quella scuola d’arte stava facendo grossa sperimentazione tra matematica e cibernetica ma anche di scrittura e pittura. Avevamo un registratore a nastri, cosa che avevo sempre desiderato da piccolo ma non potevamo permettercelo, ed ero affascinato dal fatto che invertendo le registrazioni in qualche modo si invertiva il tempo. Ho registrato un’ombra a tre diverse velocità nel mio primo pezzo di musica elettronica, praticamente identico a quello che faccio oggi. Praticamente non ho imparato nulla. A parte gli scherzi, lavoravo col suono ma allo stesso tempo con la luce e quindi, a 17 anni, sono riuscito a fare le mie prime sculture di luce, come una scatola divisa in 9 celle che dalla parte anteriore mostra 9 quadrati e in ognuno di questi una lampadina mandava dei flash luminosi, come le frecce delle auto, ogni parete che separava queste caselle aveva un buco e conteneva un gel dorato all’interno: diventava una specie di magia”.

ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO

ANSA/ VINCENZO CHIUMARULO

“Con pochissimi soldi si ottenevano risultati affascinanti questo è stato un tema ricorrente nel mio operato per non discostarmi dalla mia teoria del non lavorare. In modo piuttosto profetico ho dedicato la mia vita all’obiettivo di rimanere un bambino, cosa triste” ha concluso ridendo “molto triste”.

“Finita la scuola d’arte, sono entrato in una rock band, una sera, sul palco, cantavamo, e mi sono ritrovato a pensare al bucato. Ero in piedi a cantare ma pensavo ad altro, alle quattro camicie sporche in valigia e mi sono detto: ho sbagliato lavoro? Così ho lasciato quella bella band perché non amavo i tour e, cinque anni dopo, ero in studio a lavorare coi Talking Heads, e qualcuno bussava alla porta…era il rodare dei Foreigner che è entrato chiedendo di vendere una telecamera e un videoregistratore. Li ho comprati io a 200 dollari, mai avevo avuto attrezzatura video e, portatala nel mio appartamento di New York, senza nemmeno un cavalletto, l’ho appoggiata su una superficie nemmeno piana mentre inquadrava ciò che c’era fuori dalla finestra. Ho pensato che avrei dovuto girare lo schermo nel verso opposto a quello dritto e così ho visto una televisione ma modo assolutamente diverso: era pittura. Coi video si poteva dipingere e ho creato il video piantino”.

“Creavo dipinti in lento movimento ma nei quali nulla accadeva” ha specificato “in quel momento ho capito che con le luci, tramite il video, ci potevo giocare. Era la fine degli anni 70 e sviluppavo al contempo l’idea dell’ambiente music, che è, come nei miei video, uno stato costante, nulla di più. Due idee mi affioravano in testa: fare musica e video come se si trattasse di dipinti. Così queste due idee si sono fuse ed è nata una via di mezzo tra musica e pittura”.

“Queste mie opere piacquero a David Gross dell’istituto d’Arte di Boston che mi propose una mostra insieme ad un mio amico che faceva quadri ma, pensandoci, abbinarli, sarebbe stato triste, non erano compatibili e quindi ho risolto il problema con una delle mie peggiori idee in assoluto: anziché usare degli schermi per mostrare le immagini, li avrei usati per mostrare la luce, avrei appeso le tv al soffitto, messo dei tubi di carbonio davanti per proiettare luce sui dipinti, un’idea di merda ma non mi veniva altro. Ho pensato quindi di spostare le tv e di dotarle di un sistema che convogliasse la luce attraverso dei canali costruiti ad hoc: vidi una luce diversa e mi incuriosii, diventò eccitante come ogni cosa nuova per me ed è per questo che amo il cibo barese”.

“Insomma iniziai a intendere la luce come scultura. Con le tv guardate dall’alto ci collocavo sopra delle scatole e su tutto poi mettevo uno strato di vetro opaco: per me quello era un dipinto in costante variazione cromatica. Nella mostra, di immagini come queste, ce ne sono cinque. Dopo feci una mostra alla triennale di Milano, uno spazio enorme, che mi permise di creare pezzi più grandi. Iniziai a disegnare le immagini tramite diapositive che venivano proiettate fuori sinché e in modo random; il risultato era la combinazione di tutte queste proiezioni. Con 6 proiettori e 100 diapositive venivano fuori combinazioni per 100 alla sesta, moltissime ma non abbastanza per me”.

“Cosi iniziamo ad avvicinarci all’infinito, mi piaceva moltissimo fare queste combinazioni frutto di un processo creativo che non sapevo dove sarebbe arrivato. Ho capito che il mio obiettivo artistico era creare incompiute”.

“Fu però un progetto complesso, tantissimi proiettori, software pesanti, così iniziai a cercare una soluzione alternativa. Dopo una lunga giornata in studio da solo, come sempre, passando davanti a una finestra di Notting Hill scorsi una festa e su una parete c’era uno schermo plasma spento. Improvvisamente mi venne in mente di collocare in quello spazio un enorme dipinto, magari avrebbero gradito, mi avrebbero invitato e magari avrei trovato una donna con un grande sedere”.

“Non accadde nulla di tutto ciò, ho trovato solo uomini e donne barbuti come voi ma torniamo seri…” ha proseguito “decisi di usare degli schermi al plasma che, con un software che selezionava immagini da cinque mie banche dati, semplici o complesse, e, con lente dissolvenze e incrociate, le mandava in successione per un numero totale di combinazioni pari a 77 milioni. Così è nata un’altra mia opera”

“Dopo abbiamo iniziato a usare degli schermi multipli, tre gruppi, ciascuno con una diversa selezione tratta dai 77 milioni di dipinti, portando il risultato finale a 178 milioni prima e poi 178 milioni al cubo. Ciò che ora è in mostra al Margherita è fatto di trilioni di dipinti e, forse, se fossi stato un pittore, guardando l’esposizione, mi sarei suicidato per l’impotenza di produrre tante opere quanto me. È un’opera che si rigenera da sola, milioni di dipinti si autotreno. Tutto qui, anche perché per la seconda volta devo andare in bagno…”

“Da dove è nata la passione per la musica? Ascoltando il doo-uap da piccolo ma avevo un nonno postino, come mio padre e i miei zii, che suonava diversi strumenti e riparava per hobby quelli meccanici come gli organetti. Ho capito dopo che quelli erano i primi sintetizzatori e che mio nonno fu uno dei primi ad usarli. Mio padre invece era un batterista e aveva una band ma me l’ha detto solo quando avevo 35 anni. Poi avevo uno zio clarinettista e uno bandista. Mio fratello è un polistrumentista e io sono l’unico maschio della famiglia che non sa suonare strumenti ed è per questo che dovevo fare per forza il compositore”.

“Che altro tipo di arte vedo nel mio futuro? Difficile prevederlo, nei giorni scorsi ero a Francoforte e mi hanno proposto una grossa mostra nel 2018 ma non riesco nemmeno a immaginare tra tre anni. Quindi in questi casi dico bugie, faccio dei finti bozzetti, perché quando vanno organizzate mostre come quelle serve tanta burocrazia che non apprezzerebbe il fatto che non ho idee e, nonostante tutto, non ho mai idea di quel che faccio”.

“A volte innanzi a certa musica sono scoppiato in lacrime per quanto fosse triste e brutta e ho pensato che avrei dovuto trovare un altro lavoro, magari un mese dopo ho pensato il contrario e viceversa. Cosa che accade spesso quando si prendono delle droghe, che non vanno d’accordo con l’arte, non è affatto una grande idea, quando poi si torna alle proprie vite e si deve affrontare l’idea della propria inadeguatezza”.

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