Svimez anticipa il rapporto 2017 sull’economia del Sud: oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà.

Il presidente della Svimez Adriano Giannola e il vice direttore Giuseppe Provenzano hanno presentato alla stampa nella sede dell’Istituto le Anticipazioni del Rapporto 2017, alla presenza del ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti.

Nel corso della consueta conferenza stampa sono state presentate le previsioni per il biennio 2017 e 2018 e sono stati illustrati i principali andamenti dell’economia e della società italiana, disaggregati per il Mezzogiorno e il Centro-Nord e per le singole regioni, contenuti nel Rapporto annuale che uscirà in autunno.

Le Slides del vicedirettore Svimez | Anticipazioni Rapporto 2017 Svimez

Il Sud nel 2016 cresce più del Nord, che nel 2017 recupera. Il 2016 è stato positivo per il Sud, “il cui Pil è cresciuto dell’1%, più che nel Centro-Nord, dove è stato pari a +0,8%” ma quest’anno il Pil “dovrebbe aumentare dell’1,1% al Sud e dell’1,4 % nel Centro-Nord”, facendo quindi tornare indietro il Mezzogiorno rispetto alle altre zone d’Italia. Il rapporto 2017 prevede poi per il 2018 “un aumento del prodotto dello 0,9% nel Mezzogiorno e dell’1,2% al Centro Nord”. La crescita del Pil del Sud nel 2016 (maggiore di quella del Centro Nord) è stata, secondo Svimez la conseguenza di alcune condizioni peculiari: “il recupero del settore manifatturiero, cresciuto cumulativamente di oltre il 7% nel biennio 2015-2016, e del +2,2% nel 2016, la ripresa del settore edile (+0,5% nel 2016), il positivo andamento dei servizi (+0,8% nel 2016)”. Il principale driver della crescita meridionale nel 2017 “dovrebbe nuovamente essere la domanda interna: i consumi totali crescerebbero dell?1,2% (quelli delle famiglie dell?1,4%) e gli investimenti al Sud del +2%. Si prevede anche una crescita per l’occupazione. (+0,6%)”.

Sud, Pil a livelli pre-crisi in 2028,10 anni dopo Nord. Se il Mezzogiorno proseguirà con gli attuali ritmi di crescita, “recupererà i livelli pre crisi nel 2028, 10 anni dopo il Centro-Nord”. Si configurerebbe così un ventennio di “crescita zero”, che farebbe seguito “alla stagnazione dei primi anni duemila, con conseguenze nefaste sul piano economico, sociale e demografico”. Se la ripresa indica elementi positivi nell’economia meridionale, che ne mostrano la resilienza alla crisi “un biennio in cui lo sviluppo delle regioni del Mezzogiorno è risultato superiore di quello del resto del Paese non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività (il prodotto per addetto è calato cumulativamente nel periodo 2008-2016 del -6% nel Mezzogiorno, del -4,6% nel resto del Paese), bassa competitività, ridotta accumulazione e in definitiva minor benessere”. Il nodo vero, secondo l’associazione, “è ancora una volta lo sviluppo economico nazionale”, per il quale il Mezzogiorno “deve essere un’opportunità, calibrando l’intensità e la natura degli interventi per il Sud”. Nella fase più recente il Governo è intervenuto in maniera “più decisa a favore delle imprese meridionali, mettendo in campo una batteria di strumenti per agevolare la crescita del Mezzogiorno, dopo che la lunga fase di crisi tra il 2008 e il 2015 ha ampliato ulteriormente il divario tra le due macro aree del Paese”. Nello specifico, Svimez si riferisce al prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni, al credito d’imposta per gli investimenti e ai Contratti di Sviluppo gestiti da Invitalia per conto del ministero per lo Sviluppo Economico. Rientrano sempre nell?ambito di questa batteria di strumenti agevolativi il Masterplan e i Patti per il Sud. Da ultimi, poi, i due Decreti Mezzogiorno, il secondo in corso di conversione in Parlamento nel quale sono previste le Zone Economiche Speciale (ZES) per le sole aree meridionali.

Sud, riparte occupazione ma non cura emergenza sociale. Nella media del 2016 “gli occupati aumentano rispetto al 2015 al Sud di 101 mila unità, pari a +1,7%, ma restano comunque di circa 380 mila al di sotto del livello del 2008”. L’aumento dei dipendenti a tempo indeterminato in termini relativi è più accentuato nel Mezzogiorno, grazie al prolungamento della decontribuzione. L’incremento degli occupati anziani e del part time però “contribuisce a determinare una preoccupante ridefinizione della struttura e qualità dell’occupazione”. Per Svimez, il dato più eclatante è il formarsi e consolidarsi di un drammatico dualismo generazionale: “in Italia rispetto al 2008 sono ancora un milione 900 mila i giovani occupati in meno. Per quel che riguarda i settori, nel 2016, aumenta l’occupazione nell’industria (+2,4%), mentre diminuisce nelle costruzioni (-3,9%). Significativo incremento nel turismo (+2,6%)”

Sud, Svimez, aumento Iva peserebbe di più, ‘conto’ da 15 mld. Impatto più negativo per Mezzogiorno, perderebbe mezzo punto Pil. Gli effetti dell’eventuale attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 avrebbe sul Sud un effetto di circa 15 miliardi. La stima di Svimez contenuta nelle anticipazioni del rapporto 2017 spiega che se questo aumento diventasse operativo, “sarebbe l’economia meridionale a subire l’impatto più negativo: nel biennio 2018/2019 il Pil del Sud perderebbe quasi mezzo punto percentuale di crescita (0,47%), due decimi di punto in più rispetto al calo di prodotto presunto nel Centro-Nord (0,28%)”.

Campania regione che cresce di più in Italia. La Campania è la regione italiana, e non solo meridionale, che ha registrato nel 2016 il più alto indice di sviluppo. La crescita del 2,4% giunge al termine di un triennio, dal 2014 al 2016, tutto all’insegna di dati positivi. In Campania un ruolo trainante “l’ha svolto l’industria, grazie anche alla diffusione di Contratti di Sviluppo, ma ha potuto altresì beneficiare del rafforzamento del terziario nell?ultimo anno, frutto prevalentemente del positivo andamento del turismo”, continua Svimez. Subito dopo la Campania, “la Basilicata continua ad andare bene, è la seconda regione del Mezzogiorno e una delle prime d’Italia, anche se rallenta la crescita (da più 5,4% del 2015 a +2,1% del 2016)”, continuano le anticipazioni del rapporto Svimez 2017 che fanno notare che l’industria lucana è in ripresa già dal 2014 e continua a tirare, sia pure con intensità diverse nell’ultimo triennio. La Puglia “ha molto frenato (+0,7%) rispetto al positivo andamento del 2015, perché è andata male l’agricoltura, che ha un peso notevole nell’economia regionale, e i servizi sono rimasti pressoché stazionari”. Anche le costruzioni in Puglia “sono cresciute poco, mentre l’industria, nonostante tutto, è in ripresa rispetto alla caduta dell’anno precedente”. A seguire, la Calabria, il cui Pil si è attestato su +0,9%, ha vissuto un’annata agricola particolarmente negativa (-8,9%) mentre ha registrato un andamento favorevole nell’industria (+8,2%), con i servizi (+0,7%) che confermano l’aumento positivo registrato nel biennio precedente. La Sicilia, che cresce dello 0,3%, sconta nel 2016 gli effetti negatici dell’agricoltura, mentre l’industria (-0,8%) e le costruzioni (-0,5%) stentano a invertire il trend, mentre il settore dei servizi ha un andamento poco più stazionario (+0,4%). L’Abruzzo, il cui Pil nel 2016 è negativo (-0,2%), registra un forte calo dell’agricoltura e nella regione subisce una pesante battuta d’arresto l’industria, attestandosi su -2,2%, il che denota una severa contrazione della produzione industriale regionale. Il Molise regge sostanzialmente il ritmo di crescita dell?anno precedente, (+1,6%), trainato soprattutto dalle costruzioni e, anche se in misura molto minore, dai servizi. La Sardegna, pur se con ritardo rispetto al resto delle regioni meridionali, esce nel 2016 dalla fase recessiva e riprende a respirare, ottenendo per la prima volta un aumento del Pil (+0,6%) dopo l’andamento negativo del prodotto sia nel 2014 che nel 2015. Ciò grazie soprattutto all’industria.

Oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà. “Oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà”. Ha affermato il vicedirettore di Svimez, Giuseppe Provenzano, illustrando le anticipazioni del rapporto 2017 in cui si legge che nel 2016 “circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro- Nord”. Nelle regioni meridionali il rischio di povertà “è triplo rispetto al resto del Paese: Sicilia (39,9%), Campania (39,1%), Calabria (33,5%)”, continua Svimez spiegando che la povertà deprime la ripresa dei consumi, e, in questo contesto, “le politiche di austerità hanno determinato il deterioramento delle capacità del welfare pubblico a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud”.

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