Confesercenti e i numeri della crisi lucana. In due mesi chiusi 30 negozi di abbigliamento

TRA LE CAUSE OLTRE ALLA DIMINUZIONE DEL REDDITO FAMILIARE ANCHE LA PRESSIONE FISCALE, IL CARO AFFITTI E LA CONCORRENZA DEGLI OUTLET CAMPANI E PUGLIESI.

Negozi abbigliamentoPOTENZA – Tra gennaio e febbraio del 2014 hanno “abbassato la saracinesca” facendo segnare un dato percentuale negativo annuo del 2,2% tra i più alti tra le regioni d’Italia, 30 negozi di abbigliamento.

Lo riferisce la Confesercenti provinciale di Potenza a commento dei dati dell’Osservatorio nazionale confederale.

Sempre nello stesso periodo gennaio-febbraio hanno aperto invece tre nuovi esercizi di moda a conferma – si legge nella nota – che la voglia di impresa è sempre vitale soprattutto come unica possibilità di lavoro.

Il perdurare della crisi dei consumi ha avuto pesanti ripercussioni su tutto il commercio al dettaglio in sede fissa. L’aumento della pressione fiscale sulle imprese e la contemporanea riduzione del reddito disponibile delle famiglie ha portato ad una grave emorragia di imprese.

Ma, soprattutto, è drammatico il tracollo della moda: nei primi due mesi del 2014, quasi una cessazione su 4 nel commercio è un negozio di abbigliamento. Saldi e offerte non sono bastati a risollevare la crisi della distribuzione moda in Italia, e il bilancio di natimortalità delle imprese rileva un trionfo del ‘rosso’: nei primi due mesi del 2014, secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Confesercenti, il settore ha registrato 3.065 chiusure, a fronte di sole 723 nuove aperture. Il saldo è negativo di 2.342 unità.

Nonostante l’abbigliamento sia una delle icone del ‘Made in Italy’, la diminuzione del reddito disponibile – evidenzia Prospero Cassino presidente Confesercenti – ha portato ad un calo costante della spesa delle famiglie in abbigliamento ed accessori, esacerbatosi durante la crisi. Tra il 2007 e il 2013, i consumi in questo settore hanno registrato una grave flessione (-15,2%), per un totale di quasi 10 miliardi in meno di consumi.

La quota di spesa media mensile dedicata al vestiario dalle famiglie italiane si è attestata nel 2012 al 5%: quasi la metà del 13,6% registrato nel 1992, e che ci poneva – assieme al Giappone – al vertice della classifica mondiale. La crisi sembra aver accelerato un cambiamento in atto da anni: nel 2002 abbigliamento e calzature assorbivano il 6,8% della spesa media mensile delle famiglie italiane. In parte il processo è dovuto senz’altro a motivi culturali: il concetto stesso di status symbol.

Se il trend registrato nel primo bimestre di quest’anno dovesse proseguire inalterato, a fine anno le chiusure saranno quasi 18mila, mentre il saldo negativo arriverà a sfiorare quota 14.000 imprese.

La causa principale è chiaramente la riduzione della spesa degli italiani; ma sulle imprese pesano anche la pressione fiscale molto alta (per quest’anno al 66% sui profitti) e il caro-affitti.

Si sconta altresì un eccesso di concorrenza: da un lato, dell’industria della contraffazione moda, che fa perdere al settore oltre 12 miliardi l’anno; dall’altro, quella dei siti di “saldi privati” online e dei Factory Outlet, che sostanzialmente praticano promozioni per tutto la durata dell’anno.

E che stanno erodendo, grazie alla concorrenzialità del principio anti-economico del ‘sotto-costo’, quote ai restanti canali di distribuzione. In Basilicata – conclude Cassino – risentiamo fortemente della concorrenza degli outlet campani e pugliesi.

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