La paura dell’uomo nero: al Duni l’odissea dei migranti con attori – rifugiati

Paura Uomo Nero Duni MateraMATERA – Quante volte l’abbiamo detto o sentito dire ai bambini: “se non ti comporti bene arriverà l’uomo nero”.

Ma chi è oggi l’uomo nero?

E’ tutto ciò che è diverso ed estraneo da noi, una forma di difesa da un possibile pericolo. Timore e ostilità nei confronti dell’altro inteso come altro popolo, altra nazione, altra lingua e altra religione.

E ogni volta che ci tocca includere qualcuno è inevitabile che scatti la paura. Noi siamo noi: e loro? Il dubbio è sempre sulle intenzioni dell’altro, sulla sua capacità di rispettarci. E le strade sono due: la prima è di respingere il diverso. La seconda è di includerlo e ciò non significa eliminare le differenze, ma lavorare a integrarle. Non è un processo spontaneo, ma va accompagnato.

Lo spettacolo andato in scena al teatro Duni “La paura dell’uomo nero”, ideato e diretto da Adele Paolicelli, è stato un’ottima occasione per riflettere sul fenomeno dell’immigrazione, abbattere i luoghi comuni e guardare in faccia la realtà, riuscendo, inoltre, a far dialogare i migranti con la comunità ospitante.

Sul palco undici uomini di nazionalità africana, bengalese e pakistana che solo pochi mesi fa hanno sfidato la morte nelle traversate della disperazione, con la speranza di un futuro migliore: deserto, montagne o mari, poco importa, l’importante è stato scappare dal proprio paese d’origine per sopravvivere. Sguardi, espressioni e movimenti del corpo molto più incisivi di tante parole realizzati in un’atmosfera che ha reso bene l’idea di cosa siano per loro sogno, incubo e realtà.

Particolarmente intensa una delle scena finali sulle note di “Amara terra mia”.

Lo spettacolo teatrale è stato promosso dalla Cooperativa Sociale Il Sicomoro con le associazioni Il Setticlavio e  Tolbà, nell’ambito dei progetto del Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati del Comune di Matera, realizzato da 15 anni e che prevede misure di accoglienza, tutela ed inclusione.

Il contributo simbolico richiesto agli spettatori è stato destinato ai giovani attori che hanno deciso di metterci la faccia, di raccontare e raccontarsi dopo settimane di prove, all’interno di un laboratorio di teatro terapia. Una serata che ha mostrato il vero volto  immigrazione, non certo quello delle battaglie strumentali di chi vuole cavalcare l’onda della paura , ma quello di chi cerca di includere i migranti nei territori sui quali arrivano. Perché, in fondo,  “nasciamo senza portare nulla, moriamo senza portare via nulla. Ed in mezzo litighiamo per possedere qualcosa”.

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