Metaponto: migrante carbonizzata, per ora nessuno sgombero

28 anni, due figli minori in Nigeria che chissà quando, come e se, sapranno della morte della mamma. Carbonizzata nel ghetto de La Felandina. Bracciante agricola. A stento un soprannome, Petty, e una identità affidata al momento solo alle testimonianze. Un incendio ha devastato i capannoni dell’area industriale di Metaponto, nel comune di Bernalda. Area letteralmente circondata da bombole di gas. Per questo, ma anche per l’affollamento, per l’assenza totale di sicurezza, per le condizioni igienico-sanitarie inesistenti, la tragedia era quasi annunciata. Oltre 500 persone in baracche di fortuna: in cartone, plastica e tavole di legno. Senz’acqua, tanto da essere costretti a prenderla da fontane pubbliche.

Centinaia di braccia per le campagne della zona. Tutti con permesso di soggiorno, ma senza una casa. Nessuno sgombero dopo la tragedia. Così è stato deciso nella riunione in Prefettura. Solo la messa in sicurezza, urgente. L’unico intervento umanitario per ora è una cisterna di acqua, i viveri dalla Caritas, la presenza di Medici senza frontiere, e quanto arriva da pochi gesti di solidarietà spontanea di privati che portano qualcosa. Manca tutto. Perché tutto è andato bruciato. Compresi i documenti. La perdita più grave per i migranti.

Tre mesi fa l’ordinanza del sindaco Tataranno e quattro mesi fa la lettera al ministro Salvini. Quasi una richiesta di aiuto e non solo di intervento, che però non ha ricevuto risposta alcuna.

Si continua a indagare sulla dinamica dei fatti. Procede la Polizia. Maria Cristina De Tommasi il pm a capo delle indagini. Sul posto i Vigili del fuoco, Carabinieri e la sezione Scientifica della Polizia. Sono arrivati i sacerdoti che conoscono le storie, le persone e nel loro piccolo provano a dare una mano; il segretario provinciale della Cgil, Eustachio Nicoletti; il consigliere regionale Roberto Cifarelli; e Maurizio Bolognetti dei Radicali.

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