Valenzano, il corniciaio morto nel 2014 forse morto per una denuncia di 10 anni prima

Assolto in appello il suocero di Alessandro Leopardi, la corte non esclude un’azione dei clan

Il clan non dimentica, neanche dopo anni. Il corniciaio 38enne di Valenzano, ex testimone di giustizia, Alessandro Leopardi, ucciso nell’ottobre 2014 e il cui corpo fu ritrovato dopo alcuni giorni carbonizzato e ridotto in frammenti, potrebbe essere stato ammazzato per una denuncia fatta nel 2005, dopo aver subito una tentata estorsione, che portò all’arresto di uomini vicini ad un clan barese. Di sicuro, secondo i giudici della Corte di Assise di Appello di Bari, non fu ucciso dal suocero, il 70enne Rocco Lagioia. Per questo nell’ottobre scorso hanno assolto Lagioia (che era stato condannato in primo grado a 16 anni di reclusione per omicidio volontario e occultamento di cadavere) per non aver commesso il fatto. La sentenza è stata impugnata in Cassazione. Nelle motivazioni dell’assoluzione, depositate nei giorni scorsi, i giudici dell’appello parlano di “quadro nebuloso”, nel quale non è stata fornita “alcuna certezza in ordine alle cause, all’ora e al luogo della morte della vittima”, e di “movente privo di reale consistenza”, cioè i rapporti conflittuali tra vittima e suocero. “Sicuramente – scrivono i giudici – non vi erano motivi di rancore così profondi da spingere l’imputato a deliberare l’omicidio del genero”. Invece “non può essere privo di significato – aggiungono – il fatto che ripetutamente Leopardi aveva manifestato alla moglie il timore di ritorsioni da parte degli affiliati al clan” e anche il padre della vittima aveva riferito agli inquirenti che il figlio era “ossessionato dal pericolo di ritorsioni” a causa di quella vecchia denuncia. Vicenda ritenuta dall’accusa e dalla sentenza di primo grado troppo risalente nel tempo per essere considerata rilevante. “Proprio questa Corte – evidenziano al contrario i giudici dell’appello – si è occupata di vicende che, maturate in contesti criminali, hanno visto la realizzazione di una vendetta a distanza di molti anni dal fatto”. Si tratta comunque soltanto di una delle alternative “ipotesi ricostruttive del delitto, tutte possibili in astratto” concludono i giudici, a causa dell’assenza di un quadro probatorio certo.

 

Share Button