“Bari come la Terra dei Fuochi”. La Procura chiude l’inchiesta su morti sospette a Japigia

Abitavano tutti in una stessa palazzina in via Archimede, nel quartiere Japigia di Bari e per anni, avrebbero respirato sostanze tossiche. Per questo, ventuno inquilini della palazzina sarebbero morti per tumori causati dalle sostanze tossiche provocate dai continui roghi della ex discarica comunale di via Caldarola, dismessa e bonificata ormai da 30 anni. E’ un quadro epidemiologico che “richiama fortemente quello riscontrato nelle aree della cosiddetta terra dei fuochi”. Questo l’esito delle indagini avviate circa un anno fa dalla Procura di Bari, concluse con una richiesta di archiviazione perché è trascorso troppo tempo dai fatti. I familiari di alcune delle vittime hanno però fatto opposizione. Stando alle indagini dei Carabinieri, coordinate dalla magistratura barese, supportate da una consulenza tecnica e da accertamenti affidati all’Arpa, 21 dei 27 decessi per neoplasie rare avvenuti a partire dalla metà degli anni Novanta sarebbero attribuibili alla “esposizione dei condomini ad una sicura fonte di inquinamento ambientale rappresentata da prodotti di combustione, provenienti dall’area oggi occupata dalla collinetta ecologica”. La Procura ritiene che “la responsabilità sulla vigilanza del sito sia attribuibile all’Amiu e al Comune di Bari, in persona dei loro rappresentanti pro tempore dal 1962 al 1988”, ma “le condotte sono assai risalenti nel tempo per essere perseguibili penalmente”. C’erano rifiuti di ogni genere nella ex discarica poco distante dalla palazzina: residui di animali e vegetali, plastica, vetro, batterie, casse di macchine ed elettrodomestici, cavi e materiale elettrico, materiali edili, rifiuti ingombranti, imbottitura, mobili, distese di eternit, contenitori in plastica, batterie esauste, bidoni di prodotti chimici, vernici, materassi”. A seguito dei continui roghi, tra proteste dei cittadini e petizioni, il Comune già all’epoca risarcì alcuni agricoltori proprietari di terreni vicini alla discarica. Dal confronto con i dati del Registro Tumori della Regione Puglia emerge che all’epoca dei roghi il rischio di contrarre neoplasie in quella zona era “quadruplicato rispetto al resto del territorio della provincia di Bari”. “Oggi però non vi sono all’interno della costruzione elementi di pericolo per la salute degli abitanti”. È scritto nella consulenza tecnica disposta dalla Procura di Bari per accertare l’origine dei tumori che hanno colpito gli inquilini. “Le analisi condotte sulla costruzione e sul terreno circostante – rassicurano i tecnici – hanno escluso la presenza attuale o pregressa di sostanze radioattive o idrocarburi dispersi così come stata esclusa una contaminazione dell’acquedotto”. Tuttavia “durante i rilievi – dice ancora la consulenza tecnica – è stata identificata una ulteriore minaccia per la salute dei condomini rappresentata dalla presenza di muffa, specie sul lato nord. Tale presenza costituisce una lesione del diritto alla salute dei residenti paragonabile a quella delle neoplasie e meritevole di intervento immediato”. Gli accertamenti tecnici sul palazzo hanno consentito di individuare sull’intonaco del lato ovest la presenza della diossina OCDD, tipica dei fumi di combustione. “Si tratta quindi di un componente depositato nel tempo sulla superficie dell’intonaco – si legge negli atti – che non è pericoloso ma testimonia un’esposizione a ripetute emissioni di fumi di combustione di diversa natura, derivanti dalla discarica Caldarola che storicamente datano ad almeno 25 anni fa”.

Le famiglie chiedono quindi nuove indagini per “identificare tutti i responsabili della gestione della discarica e specificare i 21 casi che, per i consulenti del pm, sono sicura conseguenza dell’esposizione alle diossine”.

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