Trentotto anni dal sisma del 23 novembre 1980

La sera del 23 novembre 1980 alle ore 19.34 la terra tremò in larga parte del sud Italia

La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza.

La data di domenica 23 novembre del 1980 è destinata a restare indelebile nel ricordo dei lucani che poco dopo le sette e mezza di sera (erano esattamente le 19.34) di 38 anni fa furono sorpresi da una forte scossa di terremoto (di magnitudo 6.9) che durò un minuto e mezzo.

I sismologi, nonostante i dati sismici nel 1980 non fossero numerosi, riuscirono a ricavare dagli stessi informazioni preziose sul processo di rottura del terremoto. Per la prima volta si riconobbe la complessità del fenomeno sismico: “non fu un unico evento a produrre la rottura della crosta terrestre, dalla profondità di 15 km fino alla superficie, ma almeno tre ‘sub-eventi’ che nell’arco di meno di un minuto ruppero in successione tre segmenti di faglia adiacenti”.

All’epoca non si riuscirono a fornire notizie precise e tempestive riguardanti l’esatta localizzazione dell’evento per mancanza di dati disponibili in tempo reale, dal momento che non esisteva un unico centro di raccolta e di elaborazione dati. Pensate che tutti gli osservatori erano presidiati e le letture dei sismogrammi venivano fatte in loco e i dati poi venivano spediti per posta ordinaria alla sede ING in cui si provvedeva alla stesura di un bollettino definitivo.

Il resto è storia. Scritta dai titoli dei giornali che riportarono le dichiarazioni del presidente partigiano, l’indimenticato Sandro Pertini del “Fate Presto”, i soccorsi da portare in un territorio ostico e difficile da raggiungere in breve tempo.

La scossa fu percepita in quasi tutta l’Italia peninsulare dalla Sicilia Orientale alla Pianura Padana ed ebbe i suoi massimi effetti distruttivi (grado X scala Mercalli) in 6 paesi: Conza della Campania, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino; Castelnuovo di Conza, Laviano e Santomenna, in provincia di Salerno.
Distruzioni estese a oltre il 50% del costruito (grado IX scala Mercalli) furono osservate in altri 9 comuni: 7 in provincia di Avellino e 2 in provincia di Potenza.

Morirono nel solo piccolo centro di Balvano, che divenne il simbolo della tragedia lucana, 77 persone. Nelle aree interessate dalla scossa tellurica furono quasi tremila le vittime. Senza contare i tanti sfollati che per decenni – alcuni anche fino ai giorni nostri – persero un tetto che faticarono a ritrovare a dispetto delle lire stanziate all’epoca che oggi corrisponderebbero ad un valore di circa tre miliardi di euro.

Il centro studi e ricerche economico-sociali guidato da Pietro Simonetti, ha diffuso i numeri della ricostruzione post sisma che investì anche il tessuto produttivo della Regione. “E’ necessario” commenta “a 38 anni dal futuro riutilizzare le risorse del passato, valutare i risultati positivi e negativi” ma “per fare questo” ricorda “occorre superare la lotta fratricida senza quartiere in corso nell’ambito dei gruppi dirigenti a tutti i livelli, ‘la sindrome del tutto va male e della rassegnazione’ che delega a pochi la soluzione dei problemi non solo occupazionali”.

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