Morto Riina, si confidava col boss pugliese Lorusso: “A Di Matteo lo faccio finire peggio di Falcone”

Totò Riina è morto. Alle 3.37, nel reparto detenuti dell’ospedale di Parma. Qualche ora di coma dopo l’ultima operazione, coi suoi 87 anni appena compiuti e due interventi nelle scorse settimane. L’ultimo incontro coi familiari, concesso dal ministro della Giustizia Andrea Orlando, poco prima del decesso. La richiesta, a luglio, del differimento di pena per motivi di salute, respinta da Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Per gli inquirenti era ancora il capo di Cosa nostra. Da 24 anni in carcere in regime di 41bis. Stava scontando 26 condanne all’ergastolo. I reati sono noti. E i fatti dicono che intedesse procedere. Ne parlava col suo confidente Alberto Lorusso, esponente di spicco della criminalità organizzata a Grottaglie, provincia di Taranto. Passeggiando nel carcere di Opera a Milano, confessò la sua rabbia omicidia contro il giudice Nino Di Matteo. Si vantava poi, col confidente pugliese, delle stragi del ’92. Non gli andava giù il processo sulla trattativa Stato-Mafia.

L’amicizia tra i due è stata documentata da filmati e intercettazioni. Lunghe chiacchierate i cui verbali hanno fatto il giro del mondo. Ma chi era quello che più volte è stato definito il compagno di cella del capo dei capi? Nato a Montemesola ma, di adozione, grottagliese, Lorusso deve scontare ancora due anni di carcere. Sta scontando la pena rimediata col processo Ellesponto, operazione antimafia che sgominò la mala tarantina degli anni Novanta. Quella delle sanguinose guerre tra la famiglia Modeo e i rivali D’Oronzo e De Vitis. La sentenza fu di 23 anni per l’omicidio Costone nel pulsanese, 10 per associazione mafiosa e 10 per spaccio di droga.

Con lui si confidava il capo di Cosa nostra, il quale porta con sè segreti, informazioni, notizie, intenzioni, disposizioni e, lui stesso lo ha ribadito più volte, nessun pentimento. “Non gioisco per la sua morte, ma non posso perdonarlo – ha detto all’Ansa Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone – Come mi insegna la mia religione avrei potuto concedergli il perdono se si fosse pentito, ma da lui nessun segno di redenzione mai arrivato”. “La mafia non è affatto invincibile – diceva il giudice assassinato nel ’92 – È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine”.