Indicatori di mortalità, diffusi dati aggiornati dall’Istat

Rispetto a 40 anni fa la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata.

Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.

L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015 si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile.

I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige, quelli meno longevi invece i campani.

L’influenza all’inizio di quest’anno sembra aver contribuito a provocare un picco di morti: secondo i primi dati provvisori infatti, nel mese di gennaio 2017 si sono verificati oltre 75mila decessi, in forte aumento rispetto allo stesso mese degli anni precedenti (poco più di 55mila nel 2016, circa 65mila nel 2015).

Un dato, questo di gennaio 2017, che, congiuntamente a quanto occorso sul finire dell’ultimo bimestre 2016, secondo l’Istat è da ricollegare al picco influenzale dell’inverno 2016-2017.

Infatti a dicembre 2016 ci sono stati circa 60mila decessi, più che nello stesso mese degli anni precedenti. Sempre secondo i primi dati provvisori, nel periodo gennaio-maggio 2017 si sono avuti 294 mila decessi, contro i 268 mila del 2016 e i 292 mila del 2015.

Ma l’istituto avverte che le informazioni statistiche ad oggi disponibili non consentono ancora di valutare come la mortalità del 2017 risulterà a consuntivo.

Stando dunque ai dati recenti (a 65 anni l’aspettativa di vita arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013) e sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe
arrivare a 67 anni nel 2019. Per questo la Cgil chiede di bloccare l’aumento automatico dell’età.

Il dettaglio dei dati diffusi dall’ISTAT

Prospetto 1. Morti della Popolazione residente per Regione (Anno 2015 – 2016)

Nel 2016 sono stati registrati oltre 615 mila decessi tra i cittadini residenti in Italia, 32 mila in meno del 2015. La riduzione nel numero di morti risulta territorialmente omogenea, pur risultando più ampia nel Nord-ovest (-5,6%) e nel Sud (-5,7%). In linea col dato medio del mezzogiorno vi è la Puglia con quasi duemila decessi in meno (-5%) rispetto al 2015, mentre la Basilicata segna una diminuzione del 3,3 per cento, con 211 decessi in meno.

Il 2016 secondo i dati diffusi dall’Istat è stato l’anno più favorevole tra gli ultimi quattro sotto il profilo della sopravvivenza. Il tasso standardizzato di mortalità è pari all’8,2 per mille, inferiore anche a quello riscontrato nel favorevole 2014 (8,4 per mille). Il picco di mortalità del 2015, anno in cui si rileva un tasso standardizzato dell’8,8 per mille (in Basilicata era del 9,0) risulta riassorbito.Nel 2016 tassi (standardizzati) di mortalità più alti si riscontrano nel Mezzogiorno (8,8 per mille).

Tasso standardizzato e generico di Mortalità per Regione (2013 – 2016 per mille abitanti)

 

Per il totale dei residenti la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (+0,4 sul 2015, +0,2 sul 2014) e nei confronti del 2013 risulta essersi allungata di oltre sette mesi.

La speranza di vita alla nascita risulta come di consueto più elevata per le donne – 85 anni – ma il vantaggio nei confronti degli uomini – 80,6 anni – si limita a 4,5 anni di vita in più.

La speranza di vita aumenta in ogni classe di età. A 65 anni arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, allungandosi di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. A tale età la prospettiva di vita ulteriore presenta una differenza meno marcata tra uomini e donne (rispettivamente 19,1 e 22,3 anni) che alla nascita.

Rispetto a 40 anni fa la probabilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuta di oltre sette volte, mentre quella di morire a 65 anni di età si è più che dimezzata.

Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Quaranta anni più tardi, un neonato del 2016 può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina.

Speranza di vita alla nascita per sesso e per regione

L’aumento della speranza di vita nel 2016 rispetto al 2015 si deve principalmente alla positiva congiuntura della mortalità alle età successive ai 60 anni. Il solo abbassamento dei rischi di morte tra gli 80 e gli 89 anni di vita spiega il 37% del guadagno di sopravvivenza maschile e il 44% di quello femminile.

Nel 2016 si registra una leggera riduzione delle diseguaglianze territoriali di sopravvivenza, che tuttavia permangono significative. I valori massimi di speranza di vita si hanno nel Nord-est, dove gli uomini possono contare su 81 anni di vita media e le donne su 85,6. Quelli minimi, invece, si ritrovano nel Mezzogiorno con 79,9 anni per gli uomini e 84,3 per le donne.

Sono 2,7 gli anni che separano le residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto, e pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).

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