2 luglio 2012: sugli striscioni il malcontento dei materani

Uno degli striscioni

MATERA–  Sarà il disagio per la cinghia stretta da Monti o per l’ancora poco metabolizzata delusione per il secondo posto dell’Italia agli Europei, ma la 623° edizione della festa della Bruna, a Matera, sarà ricordata anche per essere stata quella del malcontento. A voler essere chiari va detto che attorno alla Bruna di critiche e delusioni ne gravitano sempre tante, solo che quest’anno la comunità è stata più capace di esternarle.

Partiamo dalla coda, o meglio dal codazzo, quello istituzionale, che ieri al suo passaggio nel cuore della stracolma piazza Vittorio Veneto è stato accolto da un sonoro fischio di massa, monito pesante a una classe dirigente sempre più concentrata e ripiegata su se stessa, a partire dalla Regione, per passare dalla Provincia e poi finire al Comune di Matera. Una distanza abissale dalle esigenze socio-economiche della comunità che si riverbera anche nella festa, dove nessun ente, per davvero, vuole metterci impegno. Ci si riempie la bocca parlando della Bruna come grande evento-volano di promozione e incoming turistici della città, salvo poi dispensare contributi qua e la senza interessarsi veramente su come questi poi vengono spesi. Occorrerebbe maggiore concentrazione su un momento così importante della città, rivendicando un ruolo laico e civile nell’organizzazione di un momento unico che fonde religiosità e folklore ma che oggi fa capo, in fin dei conti, soltanto alla Curia, che nomina a sua immagine e somiglianza un comitato organizzatore.

“A ciascuno il suo”, titolava Sciascia un suo romanzo: che sia così anche per la festa della Bruna, affinché i respiri internazionali che don Vincenzo Di Lecce e Francesco Loperfido hanno voluto dare, come da loro dichiarato, quest’anno, alla manifestazione, non si traduca in un paradossale elogio del pane di Altamura. D’altronde è la città a chiederlo, e qui dalla coda del problema passiamo alla testa, ormai non solo col chiacchiericcio di piazza, bensì con gli striscioni. Ieri ne sono apparsi tre e se in quello appeso su una grata del Banco di Napoli, in piazza Vittorio Veneto, c’era scritto “Rivogliamo la cattedrale”, visto che da quasi un decennio è ostaggio della Soprintendenza, gli altri due, comparsi durante la processione dei Pastori, erano ben più mirati e significativi. Il primo, nel rione Serra Venerdì, testualmente recitava: “2 luglio 2013: nuovo comitato, nuovo sacerdote”, una sorta di traduzione attuale del ben più noto detto “ammogghij ammogghij all’onn c’van”; il secondo, nel rione Spine Bianche, ancora più esplicito: “Don Vincenzo Di Lecce, è ora di finirla”. Non amplificare queste voci che hanno rotto silenzi imperdonabili su questa festa sarebbe stato sinonimo di fianco prestato a una gestione che evidentemente non va e non può andare, con un comitato insediatosi un anno fa all’insegna del fare giovane che si è trasformato, a dodici mesi di distanza, nel fare più vecchio dei grandi vecchi.

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